critica

Luca Tridente 

 Francesca Bogliolo

“Eppure, non c’è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà  per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.” L. Pirandello

Guardando le opere di Luca Tridente si ha l’impressione di affondare nella materia che le costituisce. Quasi come se, attraverso il processo artistico, chi crea ci volesse comunicare quanto sia arduo, necessario e possibile immergersi in se stessi per trarne giovamento, esplorare il proprio interno e reperire contenuti profondi. La vita non è un territorio pianeggiante e rassicurante, sembra dirci l’artista: in essa si nascondono imprevisti, pratici ed emotivi, fratture inaspettate e scomposte che, saldandosi o modificando la propria forma, daranno origine a qualcosa di nuovo. Tridente, in un procedimento che parrebbe alchemico, scava nella sua interiorità più profonda, all’interno della propria materia nera, per sublimarla ed elevarla a un grado di consapevolezza superiore. La sua arte ci spinge a cercare nuovi significati, apre crepe per indicare la possibilità di ignoti percorsi all’interno di se stessi, si confronta con una materia che, come la terra, plasma vita nuova e le conferisce un’anima. Attraversare, oltrepassare, ricercare, sono i tre imperativi cui l’artista obbedisce, non sentendosi sazio della realtà così come appare. Le figure non emergono dalla luce ma dal buio, in una forma di negativo che obbliga a ribaltare la concezione della realtà per considerare nuovi punti di vista, in un capovolgimento tipico della dimensione del sogno, dunque dell’inconscio, della parte più vera e profonda di ciascuno. L’artista e uomo si addentra in una dimensione atemporale, per affidare alla materia viva compiti arcaici: documentare con la propria presenza nuove possibilità nello spazio, lasciare una testimonianza di avvenuta esistenza, conservare intatto un segno artistico che dimostri la capacità creatrice umana, che sia traccia di bellezza dal significato universale. Il confronto tra pieno e vuoto assume un fondamentale valore: esso ci mostra come, attraverso un intenso dialogo interiore, l’uomo possa raggiungere l’equilibrio da cui scaturisce la creatività; i due elementi si susseguono e si compenetrano in un ciclo sintonico diventando l’uno fine e origine dell’altro. Attraverso il vuoto, così come accade con il silenzio che permette di meglio  apprezzare la musica, Tridente valorizza il significato del pieno; il silenzio interiore permette ai significati di emergere e prendere forma attraverso la materia, lo spazio conquistato dentro di sé permette l’acquisizione di nuovi contenuti. Nel meccanismo incessante in cui operano il tutto e il nulla, le opere di Tridente interagiscono con chi osserva alla stregua di maschere: esse mostrano una parte frontale che racchiude una rappresentazione visibile che ci permette di riconoscere all’interno di quanto raffigurato una parte di noi stessi, e una parte nascosta, invisibile e concettuale, che necessita dell’anima dell’artista per prendere vita, senza la quale i contenuti non riuscirebbero a essere veicolati. Se la realtà è mutevole, sembra dirci Tridente, ciò che importa è il ragionamento su di essa, in un qui e ora che trattenga l’essenza, la bellezza e la fragilità della vita umana. 

Luca Tridente 

Giulia Bonetti

Entrare nell’universo pittorico di Luca Tridente equivale a compiere un viaggio dentro noi stessi. E’ probabilmente la sua formazione da psicoanalista a dare un’ accezione di questo tipo all’opera.

Un universo junghiano descritto da un alfabeto personale ed universale al contempo poiché realizzato con forme archetipiche, come se tutte gli abitanti delle sue opere uscissero da un bianco e magmatico brodo primordiale e fossero i primi esemplari.

Così galli, cavalli e passeri ma anche uomini e soprattutto tori diventano i simboli attraverso i quali si costruisce la narrazione poetica della solitudine.

In quanto simboli sono privati di ogni accezione personalistica e raccontati unicamente dalla loro silouetthe, piatta, nera definita da una linea vibratile e raffinata al punto da divenire, in alcuni casi, sensuale.

Importante e costante l’uso di ombre che accompagnano le figure ma non solo, spesso si fondono con le figure, perché ognuno porta con sé la sua parte oscura e parafrasando l’artista stesso: mette in scena il suo fantasma.

Tutto questo esercizio pittorico, psichico e analitico abita architetture scarne ed essenziali. I luoghi sono atemporali poiché solo nell’annullamento delle rigide convenzioni quali la misura del tempo e dello spazio è possibile compiere un percorso evolutivo.

L’opera di Luca Tridente ad una superficiale lettura può apparire come duale e dicotomica soprattutto per la dominante cromatica bianco-nero, in realtà l’analisi è più complessa e stratificata. In effetti è chiara la descrizione della costante ricerca freudiana dell’uomo di un equilibrio tra istinto di vita e istinto di morte ma è necessario riconoscere che l’artista ci mostra la sua personale soluzione in quel dardo rosso fiammante che appare sovente. E’ l’energia la risposta a questo dualismo, materica ed intensa.Se si accetta che è fondamentale necessità umana quella di avere sempre uno scopo quello dell’artista Luca Tridente è scendere nell’arena e vincere la sfida.

Si è certi che con questo tipo di attitudine alla battaglia il lavoro di questo artista non sarà mai uguale a se stesso e racconterà ogni volta una nuova vittoria o nuova sconfitta, senza dubbio una nuova lotta.

Il dimorfismo animico di Luca Tridente

Giorgio Grasso

Il dimorfismo è un fenomeno caratteristico di alcuni minerali che possono presentarsi in forme diverse, pur avendo la stessa composizione chimica.
Luca Tridente si fa creatore, plasmando la materia inerte, in modo da trasformarla nella raffigurazione vivente della sua essenza.
Egli descrivendo se stesso parla di dualismo della sua anima, ma realmente ci parla dell’eterno sdoppiarsi antropologico di Platone: il corpo e lo spirito.
Nelle sue ultime rappresentazioni impiega principalmente due colori, alcune di più immediata lettura, realizzate in bianco e in nero, l’eterna lotta del bene e del male, lo Yin e lo Yang, eseguite con gesso candido su cui campeggia un primordiale abbozzo di figura nera, quasi un graffito sul muro grezzo di una caverna.
Il denominatore comune fra queste opere e quelle della serie da lui nominata “Fratture” è proprio la figura nera.
Quest’ultima, infatti, è il cardine metafisico della pittura dell’artista, poiché nella suddetta serie rappresenta il non manifesto, l’essenza criptica di ogni cosa, da contrapporsi all’altra massa di materia, adesso colorata, che  delinea i contorni del nulla per dar la forma al tutto.
E nasce così la serie dei percorsi: collerico, sanguigno, flemmatico, malinconico, che trasformano in immagine quello stato d’animo che l’artista percepisce dal mondo esterno, creando quella connessione fra lo spirito e la materia, che sottolinea il percorso di crescita di Luca Tridente, forse ancora inconsapevole, abbattere il dualismo per tornare all’uno aristotelico, poiché realmente non c’è separazione fra il corpo e l’anima, sono solo due diversi aspetti dell’Io.
Non ci resta che seguire il percorso artistico di questo promettente pittore seguendo le impronte che lascerà nella storia dell’arte.

La doppia anima di Luca Tridente 

Denitza Nedkova

« [...] Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all'altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l'inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma. [...] »

 (Blaise Pascal, Pensieri, 72)

Per Pascal la condizione umana è un continuo moto tra i due abissi dell’infinito e del nulla, e il divertissement è  solo l’allontanamento dalla propria interiorità : Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici. Ma è lo stesso filosofo ad affermare: Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero.Sembra di trovarsi davanti a una contraddizione, ed invece è solo la constatazione della natura umana, una constatazione funzionale all’analisi che seguirà sull’operato artistico di Luca Tridente. In effetti il moto ispiratore dell’artista è:Nella pittura vive la mia doppia anima….La convinzione nel carattere della propria esistenza rivela la dedizione, in tutto e per tutto, di Tridente al mondo artistico. La duplicità del suo modus vivendi è condizionata dalla concezione del mondo  sempre in movimento tra l’infinito e il nulla, per perifrasare Pascal. Cosi stabiliti, queste due estremità si attraggono, creando una dinamica che, in questo caso, possiamo chiamare creatività artistica. L’infinito è legato alla spensieratezza puerile, al divertissement inteso come gioco innocente che, nell’incontro con la realtà  crea fratture. La serie di lavori incentrati sulle Fratture dimostrano come la tela è intesa non come superficie pittorica, ma come campo di azione della vita. Le lacerazioni prodotte sono radicali, espresse con forti contrasti cromatici e dislivelli materici. All’astrazione, però, non si arriverà mai. In quanto di vita si tratta. Accanto alle Fratture nascono figurazioni, volti, figure, paesaggi con le stesse caratteristiche: la matericità espressiva e la cromia accesa dell’Informale italiano , le colate dell’Action Painting  ma soprattutto il basso rilevo dell’Oggettivismo. Tridente stesso afferma un autentico bisogno di contatto fisico con il materiale “pittorico”. L’artista stende e modella a mano il gesso, l’elemento principale dei suoi lavori, ribadendo la duplicità dell’ artista-atifex, del pittore - ingegnere che trasforma il rigore matematico, necessario per costruire,  in rigore artistico necessario per raccontare la vita. Il gioco del fanciullo di modellare il gesso si trasforma nell’impegno dell’uomo di illustrare la realtà. Il divertissement pascaliano non allontana da se stessi, quindi, ma contrariamente avvicina le due parti dell’essere nell’equilibrio chiamato Arte.

Luca Tridente 

Alberto Gross

Non c'è molteplicità se non nell'Uno, non c'è Uno che non sia sfaccettato e molteplice: la dinamica dell'uomo e di tutto quanto informa la vita dell'universo – oppure, in maniera più appropriata , multiverso cosmico – potrebbe aggrapparsi alle fondamenta di tale principio basilare, tanto più vero quanto, spesso, inconciliabile con una nostra indotta volontà di semplificazione. La prassi artistica di Luca Tridente pare non solo accettare l'idea del doppio e delle sue infinite, ipotetiche proiezioni, ma di questa servirsi per costruire un mondo visivo sostanziale all'essenza della vita stessa. Movimento e materia divengono il nucleo correlato, veicoli simbolici di corpo e anima, all'interno di un immaginario liquido, cangiante, sempre sul punto di essere qualcosa d'altro, sfuggente e non mai afferrabile. In questo le forme sono, letteralmente, biomorfe, poiché rincorrono l'incedere della vita complicato dal respiro dispiegato dello spirito. Appena le figure si fanno più riconoscibili acquistano il piglio poderoso e leggero del Don Chisciotte di Picasso: l'immagine del toro resa a silhouette – o, forse, proiezione di sé medesima dalle pareti a specchio di chissà quale ideale labirinto – spicca la propria natura istintiva nel nero terroso della materia attraverso le increspature lattiginose della sostanza universale. Ancora antinomie, principi di contrapposizione ma, pure, di reciproca necessità tra more hominum e more ferarum, ad accorciare le distanze, infine, tra mente e cuore.
 

Luca Tridente 

Elena Gollini